Antisionismo
e Antisemitismo.
Solo da
circa una trentina d’anni una vasta campagna internazionale, con un successo
innegabile, tenta di delegittimare l’antisionismo identificandolo con
l’antisemitismo, senza mai entrare nel merito di cosa sia veramente il
sionismo, omettendo le analisi della sua dinamica e delle sue implicazioni
politiche e morali.
Come ogni
altra forma di razzismo, l’antisemitismo (o la giudeofobia) rifiuta l’esistenza e l’identità dell’altro.
Qualunque cosa faccia o pensi l’ebreo, per l’antisemita egli è da odiare, fino
al massacro, per il solo fatto d’essere ebreo. Al contrario, l’antisionismo è
la critica politica di un’ideologia e di un movimento politico; esso non
riguarda una comunità, ma rimette in discussione una politica. Come è
possibile, quindi, identificare un’ideologia politica, l’antisionismo, con
un’ideologia razzista, l’antisemitismo?
Il sionismo è
un’ideologia politica, e non religiosa, che mira a risolvere la questione
ebraica in Europa con l’immigrazione in Palestina, la sua colonizzazione e la
creazione di uno Stato ebraico. Questa è la definizione che ne hanno sempre
dato i suoi ispiratori, da Herzl a Ben Gurion, da Pinsker a Jabotinsky, per i
quali il concetto di colonizzazione (Hityashvuth) o di colonie (Yishuv, Moshav)
non ha mai avuto un’accezione peggiorativa.
Fino
all’ascesa al potere del nazismo, la stragrande maggioranza degli ebrei nel
mondo ha rifiutato il sionismo, considerandolo da un lato come un’eresia
(posizione della grande maggioranza dei rabbini e degli ebrei praticanti) e
dall’altro come una teoria reazionaria (posizione del movimento operaio ebraico
nell’Europa orientale), e per giunta anacronistica (posizione degli ebrei
emancipati o assimilati in Europa centrale e occidentale). In questo senso,
l’antisionismo è sempre stato considerato come una posizione politica tra le
altre, per di più egemoni nel mondo ebraico per quasi mezzo secolo.
Solo da
circa una trentina d’anni una vasta campagna internazionale, con un successo
innegabile, tenta di delegittimare l’antisionismo identificandolo con
l’antisemitismo, senza mai entrare nel merito di cosa sia veramente il
sionismo, omettendo le analisi della sua dinamica e delle sue implicazioni
politiche e morali.
Come è possibile
identificare un’ideologia politica, l’antisionismo, con un’ideologia razzista,
l’antisemitismo?
Un gruppo di
intellettuali sionisti europei ha appena trovato la soluzione, facendo
intervenire l’inconscio ed introducendo un concetto passe-partout che essi
chiamano “slittamento semantico”. Quando si denuncia il sionismo, ed anche
quando si critica Israele, si avrebbe inconsciamente come obiettivo non la
politica di un governo (il governo Sharon) o la natura coloniale di un
movimento politico (il sionismo) o ancora il razzismo istituzionale di uno
Stato (Israele), ma gli ebrei. Per slittamento semantico, quando si dice: “il
bombardamento di popolazioni civili è un crimine di guerra” o “la
colonizzazione è una flagrante violazione della Quarta Convenzione di Ginevra”,
in realtà si vorrebbe dire “il popolo ebraico è responsabile della morte di
Gesù Cristo” e “morte agli ebrei!”.
Evidentemente
non è possibile rispondere a un argomento del genere, poiché qualsiasi risposta
sarà presentata come un’inconscia apologia dell’antisemitismo. L’argomento
dello slittamento semantico e l´uso dell´inconscio nella polemica politica
mette fine, per definizione, ad ogni possibilità di dibattito, qualsiasi ne sia
l’oggetto. La denuncia del colonialismo diventa il rifiuto dell’inglese (o del
francese o del tedesco, secondo i casi), della sua cultura, della sua
esistenza. Nemmeno l’anticomunismo esiste, perché sarebbe uno slittamento
semantico dell’odio per gli slavi. Con questa logica, se io dico “non mi piace
il Camembert”, io in realtà penso “morte ai francesi!”; quando affermo di
apprezzare la musica Yiddish, io dico, per slittamento semantico, che odio gli
arabi...
L’antisemitismo
esiste, e sembra, in Europa si stia risvegliando, dopo mezzo secolo di silenzi
seguiti allo sterminio nazista e ai crimini dei collaborazionisti. In una parte
crescente delle comunità arabo-musulmane in Europa gli ebrei vengono accusati,
con una generalizzazione razzista, senza distinzioni, dei crimini commessi
dallo Stato israeliano e dal suo esercito. D’altronde l’antisemitismo spesso si
ritrova in seno a quello stesso campo che sostiene incondizionatamente la
politica israeliana, come ad esempio una parte delle sette protestanti
integraliste che, negli Stati Uniti, costituiscono la vera lobby pro-israeliana.
Una parte
importante di responsabilità nella nascita del fenomeno dello slittamento della
critica alla politica israeliana verso un atteggiamento antisemita ricade sulle
spalle di una parte dei dirigenti, spesso autoproclamatisi tali, delle comunità
ebraiche in Europa e negli Stati Uniti. Infatti, sono essi che spesso
identificano l’intera comunità ebraica con una determinata politica, quella del
sostegno incondizionato ai dirigenti israeliani. Quando, come è accaduto a
Strasburgo, sono loro a chiamare la gente a manifestare il proprio sostegno a
Sharon sul sagrato di una sinagoga, come fanno poi a meravigliarsi se la
sinagoga viene presa di mira nelle manifestazioni contro la politica
israeliana? E che dire di quei dirigenti di comunità ebraiche che, in Francia,
“comprendono” la vittoria di Le Pen e “sperano che ciò faccia riflettere la
comunità araba locale”? Non è lecito scorgere in un comportamento del genere
una compiacenza nei confronti di colui che, in Francia, è il principale
sostenitore di idee razziste - e quindi anche antisemite? Compiacenza che è in
continuità con la collaborazione di certe organizzazioni (ebraiche) di estrema
destra, come il Beitar, con gruppi fascisti ed antisemiti, in Occidente, negli
anni settanta... Non si tratta più semplicemente di slittamento, ma di
collusione bella e buona...
Nel mondo la
politica israeliana è largamente criticata, e più lo Stato ebraico agirà al di
fuori del diritto, più esso sarà considerato come fuori-legge, e ne pagherà il
prezzo. E´ totalmente inaccettabile ed irresponsabile che gli intellettuali
ebrei che dichiarano pubblicamente un’identificazione assoluta con Israele
trascinino con sé i dirigenti delle comunità ebraiche nella corsa verso
l´abisso cui portano Sharon e il suo governo. Viceversa: se essi fossero
animati da un vero senso di responsabilità nei confronti della comunità a cui
rivendicano l’appartenenza, essi prenderebbero il più possibile le distanze
dagli atti barbarici dello Stato israeliano, e dalle conseguenze drammatiche che
questi atti sono destinati a provocare, mettendo a rischio presto o tardi
l’esistenza stessa di una comunità nazionale ebraica in Medio Oriente.
Così facendo
essi darebbero prova di senso di responsabilità verso la comunità ebraica
d’Israele: anziché blandire l’oltranzismo israeliano e contribuire
all’accecamento suicida crescente della sua direzione e della sua popolazione e
di gridare come Lanzman “con Israele sempre, ed incondizionatamente”, non
farebbero meglio a fare da argine e a mettere in guardia Sharon e il suo
governo dalle conseguenze catastrofiche della loro politica? Sono a tal punto
ciechi da non rendersi conto che l’impunità di cui gode Israele agli occhi di
certe correnti politiche e filosofiche, in Europa e negli Stati Uniti, non è
che l’altra faccia dell’antisemitismo e del suo armamentario sulla “specificità
ebraica”? Sono a tal punto stupidi da non comprendere che per molti sedicenti
amici d’Israele, la politica del “lascia andare-lascia fare” verso lo Stato
d’Israele non è che l’espressione di un cinismo che ha come obiettivo quello di
vedere gli ebrei andare a sbattere contro il muro? E che, al contrario, sono
coloro che criticano, e a volte duramente, Israele, che hanno veramente a cuore
la vita e la sopravvivenza della sua popolazione?
Ariel
Sharon, i suoi ministri, i suoi generali, i suoi giudici e una parte dei suoi
soldati un giorno saranno portati davanti alla Corte Penale Internazionale per
crimini di guerra, e anche per crimini contro l’umanità. Perché la popolazione
israeliana nel suo complesso non venga messa al bando e accusata ci sono, in
Israele, migliaia di uomini e donne, civili e militari, che dicono “no”, che
resistono e sono dissidenti. Per proteggere gli ebrei del mondo da un’accusa di
corresponsabilità, per stroncare la propaganda antisemita che,
strumentalizzando le sofferenze dei palestinesi, vuole colpevolizzare ogni
ebreo in quanto tale, per far barriera contro il pericolo reale di automatico
coinvolgimento delle comunità nel conflitto israelo-palestinese, è imperativo
che dalle comunità ebraiche si alzi una voce ferma e possente che dica, come il
nome un’organizzazione ebraico-statunitense, e agendo in questa direzione: “Non
in nostro nome!”.
E´
evidentemente compito delle forze democratiche e di sinistra nel mondo
denunciare, senza concessione alcuna, i crimini di Israele, non solo perché la
difesa dei colonizzati e degli oppressi, ovunque essi siano, è parte integrale
del loro programma e della loro filosofia, ma anche perché una posizione chiara
e coerente con il resto delle lotte in atto, può permettere loro di lottare
contro la degenerazione del conflitto in chiave comunitaria e contro il
razzismo nel proprio paese.
Lasciarsi
terrorizzare dal ricatto dell’antisemitismo, tacere per non prestare il fianco
all´accusa di “collusione con l’antisemitismo” o anche di “antisemitismo
inconscio”, non può, in ultima analisi, che fare il gioco dei veri antisemiti,
o per lo meno delle confusioni identitarie e delle reazioni in blocco come
comunità. La vera sinistra, antirazzista e anticolonialista, non deve dare
prove del suo impegno nella lotta contro la peste antisemita. Essa sarà ancora
più efficace nel proseguimento della lotta se le sue posizioni contro i crimini
di guerra d’Israele e la sua politica di colonizzazione saranno chiare e senza
ambiguità.