I Papi
del Giubileo
Bonifacio VIII
(Benedetto Caetani) [Anagni 1235
circa - Roma 1303], papa 1294-1303. Dotto giurista, fece la sua carriera presso
la curia romana e partecipò a numerose missioni in vari paesi. Nel 1281 divenne
cardinale e nel 1294, dopo aver concorso a indurre Celestino V a rinunciare al
pontificato, fu eletto papa dal conclave riunito a Napoli. Carattere impetuoso
e autoritario, consolidò la sua posizione personale e familiare in Roma abbattendo
gli avversari, in particolare i Colonna. Il suo programma, inteso alla
restaurazione della supremazia pontificia nel campo spirituale e in quello
temporale su tutto il mondo cristiano, non ebbe successo, e i suoi sforzi di
realizzarlo, assumendo la funzione del pacificatore e dell'arbitro, non solo
fallirono, ma gli procurarono impopolarità, accuse e odi implacabili. Tale
esito ebbero i suoi interventi nelle lotte tra Genova e Venezia, tra gli
Angioini e gli Aragonesi, tra la Francia e l'Inghilterra, tra i Bianchi e i
Neri di Firenze; donde i severissimi giudizi di Dante, il quale vide in lui non
soltanto il pericoloso nemico della libertà fiorentina, ma anche il pontefice
assetato di potenza terrena al punto da farsi usurpatore dei diritti spettanti
per destinazione divina all'Impero. Il pontificato di Bonifacio VIII finì
tragicamente per il conflitto tra il papa e il re di Francia Filippo IV il
Bello: esso ebbe origine dalla pretesa del re di sottoporre gli ecclesiastici
francesi alle imposte, senza il consenso della Santa Sede. Il papa reagì
invocando il rispetto dei tradizionali privilegi ecclesiastici che ebbe
tuttavia scarso effetto. Dopo una tregua, nel corso della quale il papa
acquistò grande prestigio con la canonizzazione di re Luigi IX di Francia, col
consolidamento della sua posizione in Roma sulle famiglie rivali e con la
celebrazione del primo giubileo secolare (1300), la contesa si riaccese quando
Filippo il Bello fece arrestare il vescovo di Pamiers, Bernard Saisset. Mentre
il papa, con una serie di documenti teologici e giuridici ribadiva
energicamente i suoi diritti, il re, dopo un'intensa, tendenziosa propaganda
tra il popolo, faceva appello agli Stati Generali, e otteneva da essi la
sanzione del principio che sopra il re non esisteva altra autorità, salvoil
volere di Dio. Bonifacio rispose con la famosa bolla Unam sanctam (1302), una
delle più solenni dichiarazioni della supremazia pontificia. Si scatenò allora
in Francia una violenta campagna contro il papa, che fu chiamato usurpatore
della cattedra di san Pietro e perfino eretico; in questo clima arroventato
Guglielmo di Nogaret, scese in Italia con una banda di armati, ai quali si unì
Sciarra Colonna coi suoi seguaci assetati di vendetta, e aggredì, oltraggiò e
catturò Bonifacio VIII nel suo palazzo di Anagni (7 settembre 1303). Il vecchio
papa, liberato dal popolo di Anagni, solamente allora scomunicò il re. Morì a
Roma pochi giorni dopo, l'11 ottobre, amareggiato per le offese subite.
Clemente VI
(Pierre Roger) [Maumont, Limosino,
1291 - Avignone 1352], papa dal maggio 1342 al dicembre 1352. Benedettino,
abate di Fécamp (1326), vescovo d'Arras (1328), arcivescovo di Sens (1329) e di
Rouen (1330), cardinale nel 1338, fu eletto pontefice nel 1342. Risiedette ad
Avignone, che acquistò nel 1348 dalla regina di Sicilia Giovanna I d'Angiò.
Papa munifico, protesse generosamente il Petrarca, al quale assicurò notevoli
benefici ecclesiastici e del cui consiglio tenne gran conto. Sostenne dapprima
l'opera di Cola di Rienzo, a cui affidò delicati incarichi, ma quando questi fu
proclamato tribuno della città (1347), dopo un breve periodo di tolleranza, lo
avversò apertamente, facendolo cacciare da Roma per mezzo del suo legato. Nei
confronti dell'Impero, si era schierato fin dai primi tempi del suo governo
contro Ludovico il Bavaro, che proclamò decaduto nel 1346, favorendo poi
l'elezione di Carlo IV di Lussemburgo. Cercò, senza riuscirvi, di rinnovare la
propria autorità sui territori pontifici dell'Italia settentrionale con
interventi militari. Stabilì che il giubileo dovesse celebrarsi ogni
cinquant'anni.
Bonifacio IX
(Pietro Tomacelli), papa
(1389-1404). Napoletano, cardinale-prete di Santa Anastasia (1381), fu eletto
da quattordici cardinali creati da Urbano VI, mentre ad Avignone regnava
l'antipapa Clemente VII. Ristabilì il partito “urbanista”, ma per l'eccessiva
intransigenza nella difesa dei suoi diritti ritardò la soluzione dello Scisma
d'Occidente; ad Avignone infatti, nel 1394, alla morte di Clemente, fu eletto
l'antipapa Benedetto XIII. Per risanare le finanze pontificie aumentò l'imposta
delle “annate”. Con l'appoggio di Ladislao di Durazzo, re di Napoli, tentò,
senza successo, di interessare Carlo VI, re di Francia, a una definitiva
composizione dello scisma. Urbano VI aveva deciso di spostare la
cadenza del giubileo ogni 33 anni, in riferimento al periodo della vita
terrena di Gesù. Alla sua morte, Bonifacio IX, diede inizio all'Anno Santo del
1390. L'avvicinarsi della fine del secolo e l'afflusso consistente di
pellegrini lo indussero ad indire un nuovo Giubileo nel 1400.
Martino V
(Oddone Colonna) [Genazzano,
Roma, 1368 - Roma 1431], papa (1417-1431). Succedette a papa Gregorio XII.
Creato cardinale da papa Innocenzo VII (1405), partecipò al concilio di Pisa
(1409), quindi al concilio di Costanza (1414-1418), che ebbe praticamente
termine con la sua elezione. Rifiutò di riconoscere alcuni dei decreti
conciliari che più ledevano la supremazia papale, che venne riaffermata con la
costituzione del maggio 1418. Condusse laboriose trattative per porre fine alla
situazione di disagio determinata dal perdurare dello scisma, riuscendo infine
a ottenere la rinuncia dell'antipapa Clemente VIII (1429). Sotto la pressione
del partito conciliarista, convocò due concili, uno a Pavia-Siena (1423-1424),
l'altro a Basilea (1431). Nel primo dovette far fronte alle tendenze
autonomiste della “nazione” francese, del secondo non poté nemmeno assistere
all'apertura ufficiale. Indisse l’Anno Santo nel 1425, introducendo due novità:
la coniazione di una speciale medaglia commemorativa e l’apertura della Porta
Santa a San Giovanni in Laterano.In campo liturgico, papa Martino V favorì la
devozione al nome di Gesù (1427), introdotta da Bernardino da Siena, e si
dimostrò inoltre tollerante verso gli ebrei, mitigando le misure vessatorie del
suo predecessore contro di loro. Protesse e favorì in ogni modo i Colonna. Il
pontificato di Martino V fu caratterizzato da una generale ripresa del
prestigio papale e dagli inizi del grande nepotismo; se Martino V non fu grande
mecenate, preparò però le basi economico-politiche per il pieno inserimento
dello Stato Pontificio e della politica papale nel concerto degli Stati
italiani del xv secolo.
Niccolò V
(Tommaso Parentucelli) [Sarzana
1397 - Roma 1455], papa (1447-1455). Intimo del cardinale Niccolò Albergati e
legato agli ambienti umanistici, diventò vescovo di Bologna (1444), cardinale
(1446) e, morto Eugenio IV, ne fu il successore. Alla conclusione del concilio
di Basilea e alla sottomissione dell'antipapa Felice V, i Padri elessero
anch'essi papa Niccolò V e si ricompose il Piccolo scisma d'Occidente (1449).
Per ottenere questo risultato il papa dovette fare concessioni ai principi
tedeschi laici ed ecclesiastici e stipulò con il futuro imperatore Federico III
il concordato di Vienna (1448). Durante il giubileo del 1450, un grave
incidente con morti e feriti avvenne sul ponte S. Angelo alla vigilia di Natale
a causa della grande affluenza di pellegrini. Nel 1452 incoronò solennemente a
Roma (ultima incoronazione svoltasi nell'Urbe) Federico III; invano esortò i
principi cristiani a soccorrere il fatiscente Impero bizantino e a organizzare
una crociata dopo la caduta di Costantinopoli (1453). Contribuì a conciliare
gli Stati italiani nella pace di Lodi e a collegarli nella Lega italica (1454).
In Roma il papa dovette reprimere la congiura di Stefano Porcari (gennaio
1453), volta a istituire la repubblica. In campo culturale fu l'iniziatore e il
promotore del mecenatismo papale: raccolta di codici, restaurazione di
monumenti sacri e profani, attività edilizia, protezione di artisti e di
letterati. Niccolò stesso fu valente umanista, e in Germania scoperse un codice
di Tertulliano: nei suoi viaggi si faceva seguire da scrivani che copiassero i
codici che non si potevano acquistare.
Sisto IV
(Francesco Della Rovere) [Celle
Ligure 1414 - Roma 1484], papa (1471-1484). Entrato nell'ordine dei frati
minori, conseguì il dottorato in teologia a Padova (1444) e insegnò in varie
università (Bologna, Pavia, Siena, Firenze, Perugia). Divenuto ministro
generale dell'ordine (Perugia, 1464) e cardinale (1467), alla morte di Paolo II
venne eletto papa per l'appoggio determinante degli Orsini, dei Gonzaga e
dei Borgia. Preoccupato per l'avanzata dei Turchi Ottomani, convinse le
potenze cristiane a organizzare una crociata che portò solo all'effimera
occupazione di Smirne (1472) e non valse a impedire la “guerra d'Otranto”
(1480-1481); la minaccia turca sull'Italia centromeridionale diminuì solo con
la morte di Maometto II (1481). Nel 1475, in un momento di grave crisi
internazionale, che rendeva pericolosi i viaggi dei pellegrini, il Papa indisse
un giubileo supplementare in Bologna, che fu tenuto dal 1° maggio 1476 al 30
aprile 1477. Fra questo ed il precedente giubileo corrono soltanto 25 anni,
perché Paolo II (Barbo) con le costituzioni Ineffabili aveva deciso — e da
allora il provvedimento non è stato mai modificato — che i giubilei venissero
tenuti ogni venticinque anni. Sisto IV praticò largamente il nepotismo,
proteggendo in particolar modo i nipoti Giuliano (il futuro Giulio II), Pietro,
Bartolomeo, Leonardo, Giovanni Della Rovere, e Girolamo (il più
intraprendente), Pietro e Raffaele Riario. Fu proprio la protezione largita ai
parenti, oltre all'attenuarsi della minaccia turca, che impegnò Sisto IV nella
politica italiana: nel 1477 venne sottomessa l'Umbria per opera di Giuliano,
che inimicò così alla curia la corte medicea; nel 1478 il papa si lasciò quindi
coinvolgere nella congiura dei Pazzi: alla fine egli dovette però ritirare le
censure senza ricevere adeguate soddisfazioni e accettare una pace che portò,
per le imprevedibili mosse diplomatiche di Lorenzo il Magnifico, a una
cosiddetta “alleanza universale” degli Stati italiani (marzo-agosto
1480). Sisto IV reagì alleandosi con Venezia e partecipando alla guerra
di Ferrara durante la quale però rovesciò quasi subito la sua politica; strinse
alleanza con il re Ferdinando I d'Aragona e scomunicò i Veneziani, ma tale
politica si rivelò infruttuosa per Sisto IV che subì il grave scacco
diplomatico della pace di Bagnolo (7 agosto 1484). All'interno dello Stato, il
pontificato fu caratterizzato dalle feroci lotte tra i Colonna e gli Orsini: il
papa nel 1480 conferì la berretta cardinalizia a Giovanni, ma egli stesso non fu
estraneo all'eccidio di Lorenzo Colonna; quanto agli Orsini, Sisto elevò alla
porpora nel 1480 Cosimo e nel 1483 Giambattista, per allearsi la potente casata
che nel 1478 con il condottiero Niccolò si era schierata con i Medici. Per di
più il suo pontificato fu contrassegnato da eccessivo fiscalismo, con un
esagerato aumento delle annate, e dal dilagare della venalità negli uffici
della curia. L'opposizione al suo dominio si concretò addirittura nel tentativo
di far comparire il papa a Basilea (1482), dove il concilio (chiuso nel 1449)
non venne riaperto solo per l'intervento dell'imperatore Federico III. Sisto IV
approvò (1478) l'organizzazione dell'Inquisizione spagnola e nel 1483 nominò
inquisitore generale Torquemada. Le iniziative culturali di Sisto furono
notevoli: l'arricchimento della Biblioteca apostolica vaticana , la costruzione
della Cappella Sistina e di numerosi altri monumenti in Roma.
Alessandro VI
(Rodrigo de Borja o Borgia)
[Játiva, presso Valencia, in Spagna, 1431 - Roma 1503], papa dal 1492 al 1503.
Figlio di Isabella Borja, sorella di papa Callisto III, e di Jofré de Borja y
Doms, suo cugino, a quattordici anni, per la protezione dello zio allora
cardinale, ebbe canonicati e prebende da Niccolò V. Venuto in Italia nel 1449,
studiò diritto canonico all'università di Bologna, dove si laureò nel 1456: già
nel 1455, dallo zio diventato papa era stato nominato protonotario apostolico,
mentre nel 1456 fu fatto cardinale, vicecancelliere della Chiesa ancor prima di
ricevere gli ordini maggiori, e vescovo di Valencia (per questo fu chiamato
anche “il cardinale Valentino”). Morto Callisto III (1458), ebbe il favore di
Pio II e di Sisto IV, da cui fu inviato come legato in Spagna nel 1472: nel
1484, alla morte di Sisto IV, tentò invano di farsi eleggere papa. Ascese
invece al soglio pontificio nel 1492, quando già aveva avuto numerosi figli:
due femmine e Pier Luigi, primo duca di Gandía, di cui non è certa la madre, e
quattro figli nati da Vannozza de Cathaneis: Cesare, Giovanni, secondo duca di
Gandía, Lucrezia e Goffredo. Tutti vennero legittimati con varie bolle; più
tardi Rodrigo Borgia ebbe un'altra figlia da Giulia Farnese. Come pontefice,
Alessandro VI fu una delle più discusse personalità della sua epoca: poco
aperto, da un lato, alla cultura rinascimentale, sistemò tuttavia l'università
di Roma e incoraggiò gli scavi archeologici che portarono alla scoperta, a
Nettuno, dell'Apollo del Belvedere e, più tardi, del gruppo del Laocoonte. Egli
fu però in primo luogo sovrano temporale, partecipando attivamente alle vicende
politiche italiane. Ostile alla spedizione in Italia di Carlo VIII di Francia
(1494), lasciò il passo al re diretto a Napoli, ma organizzò subito dopo contro
di lui, con Venezia e Milano, una lega che lo costrinse ad abbandonare Napoli e
l'Italia (1495). Più tardi si alleò con Luigi XII di Francia nell'interesse del
figlio Cesare, che da quel sovrano ebbe il ducato di Valentinois e aiuti
militari, in vista della creazione di un proprio regno nell'Italia centrale, al
quale il papa tendeva con ogni mezzo. Importante per le future sorti
dell'America, scoperta proprio all'inizio del suo pontificato, fu la divisione
da lui fissata nel 1493 fra la zona sottoposta all'influenza della Spagna
e quella sottoposta al Portogallo. La sua vita dissipata venne denunciata con
asprezza dal Savonarola che l'accusò di simonia e fu dal Papa scomunicato
(1497) e più tardi (1498) impiccato e bruciato sul rogo a Firenze alla presenza
di inviati pontifici. Ad Alessandro VI si deve l'uso di aprire e chiudere
il giubileo (1500) con l'apertura e chiusura della Porta Santa. I
grandiosi progetti di conquiste concepiti per il figlio Cesare si tradussero in
una lotta continua contro i grandi feudatari romani e contro i signori della
Romagna e dell'Italia centrale. Ma la sua morte improvvisa (per la quale si
parlò di veleno) fece crollare tutti questi progetti, poiché nel frattempo
anche il figlio Cesare era caduto gravemente infermo. La figura di Alessandro
VI, molto complessa, venne variamente giudicata ed è difficile ancor oggi
pronunciarsi in modo assoluto e definitivo: certo alcune delle accuse portate
contro di lui furono esagerate o false, mentre è sicuro che la sua condotta
morale, particolarmente agli occhi dei moderni, non fu consona all'alto ufficio
di sommo pastore della Chiesa, ma si adeguò piuttosto a quella di un principe
del Rinascimento.
Clemente VII
(Giulio de' Medici) [Firenze 1478
- Roma 1534], papa dal 1523 al 1534. Figlio naturale di Giuliano de' Medici,
ebbe larghi favori e dignità ecclesiastiche da Giovanni de' Medici, divenuto
papa Leone X, che lo fece anche arcivescovo di Firenze e cardinale (1513).
Eletto egli stesso al pontificato nel 1523, si trovò a fronteggiare una
situazione difficilissima, per l'insanabile conflitto tra Carlo V e Francesco
I, per la minaccia turca, per il progressivo estendersi della Riforma
nell'Europa settentrionale: spesso preoccupato da problemi politici più che
religiosi, geloso custode della signoria medicea su Firenze, si mostrò in più
occasioni indeciso e cattivo diplomatico, aggravando i problemi che gli si
presentavano. Nel 1525 Clemente VII indisse il giubileo, contro il quale i
luterani diffusero libelli polemici sulla differenza del giubileo di Cristo,
concesso a tutti liberamente, e quello del Papa, teso solo a rimpinguare
le finanze della Chiesa. Alleatosi ai Francesi e ai Veneziani per sottrarsi
alla pesante tutela imperiale, sperò di rimediare alla sconfitta subita da
Francesco I a Pavia con la costituzione della lega di Cognac (1526), intraprendendo
una costosissima quanto disastrosa guerra, conclusa con il sacco di Roma del
1527, al quale si sottrasse chiudendosi in Castel Sant'Angelo. Rappacificatosi
(1529) con Carlo V, bisognoso dell'aiuto papale contro i Turchi, lo incoronò
imperatore a Bologna, chiedendo in cambio la restaurazione dei Medici a
Firenze, erettasi in repubblica. Caduta Firenze, affidata dal pontefice alla
signoria del duca Alessandro, Clemente VII riprese a oscillare tra Francia e
Impero, dimostrando insieme di sottovalutare la reale portata del movimento
riformatore di Germania, con il quale più volte si illuse di poter trovare
facilmente un accordo. Se la sua tendenza al compromesso evitò molte lotte
cruente, il differimento dell'apertura del concilio ecumenico, più volte promesso
a cattolici e protestanti, fece cadere le ultime speranze di una composizione
del conflitto religioso. Una simile tattica temporeggiatrice usò Clemente VII
anche nella complessa vicenda relativa all'annullamento del matrimonio di
Enrico VIII d'Inghilterra con Caterina d'Aragona, irrigidendosi però infine
risolutamente di fronte alle minacce scismatiche del re, sfociate nel distacco
da Roma della Chiesa d'Inghilterra (1534). Clemente VII esercitò un largo
mecenatismo affidando tra l'altro a Michelangelo l'esecuzione del
Giudizio universale nella Cappella Sistina.
Giulio III
(Gian Maria Ciocchi del Monte
Sansovino [Roma 1487-1555], papa (1550-1555). Vescovo di Palestrina (1543), fu
rappresentante di Paolo III al concilio di Trento, dove svolse una parte di
rilievo. Venne eletto papa dopo un conclave di tre mesi. Non avendo avuto Paolo
III il tempo di pubblicare il giubileo a causa della sua morte, egli
lo promulgò in ritardo il 24 febbraio e, in conseguenza, ne fu
prorogata la chiusura all'Epifania del 1551, onde durò meno di un anno.
Denunciò fin dall'inizio del pontificato gli abusi della Chiesa romana
(concistoro del 28 febbraio 1550) e riconvocò il concilio di Trento (giugno
1551). Confermò altresì lo statuto dei gesuiti (luglio 1550), affidando loro la
fondazione in Roma del Collegio romano e del Collegio germanico per
l'educazione dei giovani prelati tedeschi nella lotta contro l'eresia (1552).
Costretto a sospendere i lavori conciliari sotto la minaccia dell'occupazione
di Trento da parte dell'esercito protestante di Maurizio di Sassonia e
preoccupato di vedere precipitare la contesa tra Carlo V ed Enrico II in una
guerra generale, Giulio III stipulò una tregua con Ottavio Farnese (aprile
1552), ritirandosi dal conflitto. Assillato dallo scisma anglicano, promosse
presso Maria Tudor il ritorno dell'Inghilterra nella Chiesa cattolica nel
gennaio 1555.
Gregorio XIII
(Ugo Boncompagni) [Bologna 1502 -
Roma 1585], papa (1572-1585). Di formazione giuridica, dopo aver percorso la
carriera ecclesiastica sotto i papi Paolo III, Paolo IV e Pio IV partecipando
al concilio di Trento, succedette a Pio V. Governò con la viva coscienza
che la politica è l'arte del possibile, con un rigoroso senso di giustizia
nell'amministrazione dello Stato (che cercò di rafforzare, ma inutilmente,
incamerando feudi e diminuendo il debito pubblico) e con un alto concetto della
sua sovranità, che lo tenne lontano dal nepotismo, anche nei confronti del
figlio naturale Giacomo, che pur beneficò. Nel 1575 Greorio XIII instaurò l'uso
della muratura della Porta Santa e delle medaglie celebrative in
occasione del giubileo, in quell’anno confluirono a Roma oltre 300.000
persone da tutta l'Europa. Circondato alla corte da gesuiti, cappuccini e
teatini, ben influenzato dal cardinale Carlo Borromeo, promosse la diffusione
dei collegi e dei seminari, riformò il calendario (1582), e fu instancabile
nell'elaborare progetti contro i protestanti, in Germania, nei Paesi Bassi, in
Francia. Contro la regina Elisabetta finanziò rivolte in Irlanda e si adoperò
per una lega tra Filippo II di Spagna e i Guisa. Sempre a corto di danaro per
finanziare le lotte contro eretici e Turchi, si industriò ad aumentare le
entrate dello Stato, ma con conseguenze negative per le confische, le lotte tra
i partiti che dovunque si riaccesero, e l'aumento del banditismo. Curò
un'edizione del Corpus Juris Canonici (1582) e la prima edizione del
Martirologio romano (1583).
Clemente VIII
(Ippolito Aldobrandini) [Fano
1535 - Roma 1605], papa dal 1592 al 1605. Laureato in giurisprudenza a Bologna
e ottimo giurista, fu uditore di Rota e legato in Polonia: succedette a
Innocenzo IX nel 1592 con i voti della fazione antispagnola, e durante il suo
pontificato si accostò quindi alla Francia, riconciliandosi con il re Enrico IV
dopo la sua conversione. Nel 1597, alla morte di Alfonso II duca di Ferrara,
avocò allo Stato della Chiesa la città e il ducato, ciò che gli valse poi
l'ostilità degli storici estensi. Molto rigido, combatté rigorosamente il
banditismo e represse con una serie di esecuzioni capitali l'ondata di delitti
pubblici e privati da cui Roma fu travagliata alla fine del XVI sec.: così,
proprio per impulso del pontefice, venne portato innanzi il processo Cenci,
fino alla sua tragica conclusione con tre condanne per parricidio (1599). La
presenza fra i condannati della giovane Beatrice, con la pietà destata dal suo
caso, non giovò alla popolarità del pontefice, dal quale si sperò invano un
atto di clemenza. Né gli giovò la successiva confisca dei beni dei Cenci, una
parte dei quali venne acquistata da un nipote del papa, il cardinale
Aldobrandini: e appunto di nepotismo esagerato venne accusato il pontefice. Un
altro rimprovero mosso in ogni tempo a Clemente VIII fu la condanna al rogo di
Giordano Bruno (1600). Ma tutto ciò non può far dimenticare la sua valida opera
riformatrice della Chiesa, il favore concesso alle missioni, l'amicizia e la
protezione per uomini insigni come il Baronio, il Bellarmino, l'Antoniano,
Guido Bentivoglio, Andrea Cesalpino, Torquato Tasso (che egli ospitò,
preparando per lui l'incoronazione in Campidoglio, non avvenuta per la morte
del poeta). Lo zelo religioso del pontefice si esplicò anche nel giubileo del
1600, da lui fatto celebrare solennemente. Riprendendo un divieto già fatto da
alcuni suoi predecessori, impedì la celebrazione dei divertimenti di carnevale,
mentre si prodigò per l'accoglienza dei pellegrini, e molti confessò e
comunicò egli stesso. Fondò, fra l'altro, il Collegio clementino.
Urbano VIII
(Maffeo Barberini) [Firenze 1568
- Roma 1644], papa (1623-1644). Già elevato ad alte dignità da Sisto V, nunzio
apostolico a Parigi per Clemente VIII (1604), fu creato cardinale da Paolo V
(1606) e, dopo una brillante carriera, succedette a Gregorio XV. Zelante
esecutore delle norme tridentine, si adoperò per restaurare l'autorità e la
disciplina ecclesiastica, per rafforzare l'Inquisizione (al suo nome è legato
il processo contro Galileo) e per ridare alla Chiesa un peso, nella politica
internazionale, mentre il protestantesimo e il regalismo venivano affermandosi
sempre più nel corso della guerra dei Trent'anni (1618-1648). Urbano VIII nel
1625 celebrò il giubileo fecendo preannunziare l'apertura della Porta Santa col
suono delle campane, per tre volte al giorno nei tre giorni precedenti il
Natale. Essendo scoppiato il colera nel Napoletano sostituì alla basilica di S.
Paolo la chiesa di S. Maria in Trastevere, concedendole la Porta Santa (sul
fianco sinistro, tuttora conservata). Nel quadro della politica
internazionale, la sua opera incontrò ostacoli insormontabili non solo da parte
degli Stati protestanti, ormai definitivamente sottratti alle direttive romane,
ma anche di alcuni grandi Stati cattolici (Francia, domini absburgici iberici e
imperiali e, in Italia, Venezia, Stati sabaudi, Toscana). Nell'interesse degli
Stati della Chiesa, rivendicò e annetté il ducato di Urbino (1631) e si impegnò
in conflitto con i Farnese per l'annessione del ducato di Castro (1642- 1644).
Favorì l'incremento delle missioni, specialmente in Asia. Umanista, mecenate,
in particolare protettore del Bernini cui commissionò molte opere, fu
amministratore imprudente, sì da compromettere le finanze pontificie, e si
segnalò per gli eccessi del suo nepotismo.
Innocenzo X
(Giovanni Battista Pamphili)
[Roma 1574-1655], papa (1644-1655). Ebbe solida preparazione giuridica e fece
lunga esperienza di affari politici in curia (dove fu avvocato concistoriale e
uditore di Rota), e all'estero come nunzio a Napoli e successivamente in
Francia e in Spagna. Diventato cardinale (1629), succedette a Urbano VIII nel
1644, nonostante l'opposizione del Mazzarino, il quale poi protesse i Barberini
(che il papa aveva fatto processare) minacciando di togliere Avignone alla
Santa Sede. Innocenzo X lottò anche contro i Farnese, togliendo loro nel 1649
Castro che fece radere al suolo. Rispetto alle potenze europee impegnate
nell'ultima fase della guerra dei Trent'anni, mantenne una certa autonomia
anche dagli Absburgo, cercando di rafforzare lo Stato Pontificio, senza però
frenarne il decadimento amministrativo. Con l'aiuto del cardinale Benedetto
Odescalchi (il futuro Innocenzo XI), pose le basi di una organizzazione
amministrativa con il segretario di Stato che affiancò il “cardinale nepote”.
Ma la decadenza politica del papato fu confermata dai trattati di Vestfalia,
contro cui il pontefice protestò con il breve Zelus domus meae. Nel 1650 in
occasione della celebrazione del giubileo Alessandro Algardi compose
l'altorilievo che raffigura Papa Leone Magno che ferma Attila, posto in
S. Pietro, e la statua bronzea di Innocenzo X in Campidoglio. Con illuminato
spirito di mecenatismo protesse scrittori (come Pietro Sforza Pallavicini,
storiografo del concilio di Trento) e artisti, tra cui il Bernini (in un primo
tempo avversato), l'Algardi, il Borromini (il Bernini scolpì l'estasi di
S.Teresa, e il Borromini provvide fra l'altro al restauro di S. Giovanni in
Laterano. Vanno ricordati di Innocenzo X le riforme degli ordini religiosi, i
suoi interventi nella “questione dei riti cinesi” (1645-1646) e contro il
giansenismo (bolla Cum occasione del 1653).
Clemente X
(Emilio Altieri) [Roma
1590-1676], papa dal 1670 al 1676. Vescovo di Camerino (1627), poi nunzio a
Napoli, fatto cardinale da Clemente IX (1669), gli succedette, dopo un
lunghissimo conclave, all'età di ottant'anni. La mattina di Pasqua del 1675 a
Piazza Navona alla presenza della regina Cristina di Svezia si svolse una
grandiosa cerimonia in occasione del giubileo: ai lati della fontana elevavano
due enormi macchine a forma di mausoleo sulle quali troneggiavano le
statue del redentore e della Vergine. Intervenne nelle vicende polacche,
favorendo l'ascesa di Sobieski, e nel conflitto tra Francia e Spagna, ma lasciò
praticamente governare il nipote adottivo, cardinale Paluzzi degli Alberini.
Innocenzo XII
(Antonio Pignatelli) [Spinazzola,
Bari, 1615 - Roma 1700], papa (1691-1700). Avviato alla carriera diplomatica,
dopo avere ricoperto l'ufficio di inquisitore a Malta e di governatore a
Viterbo, diventò nunzio in Toscana, Polonia, Vienna; vescovo di Lecce (1672),
cardinale e vescovo di Faenza (1681), arcivescovo di Napoli (1687), succedette
ad Alessandro VIII nel 1691. Riprendendo le direttive di papa Innocenzo XI, da
cui era stato fatto cardinale, combatté il nepotismo (bolla Romanum decet
pontificem, 1692), e avviò a una soluzione di compromesso il conflitto
giurisdizionale e teologico con Luigi XIV per le libertà gallicane, ottenendo
la restituzione di Avignone (1693). Intervenne nelle grandi questioni teologiche
del secolo, cioè giansenismo e quietismo (condannati nel 1699). Innocenzo XII
incoraggiò Carlo II, ultimo sovrano absburgico di Spagna, a testare in favore
di Filippo d'Angiò (il futuro Filippo V), nipote di Luigi XIV. Innocenzo XII,
promotore del giubileo del 1700 e fondatore di una delle maggiori opere
caritative di Roma: l'ospizio di san Michele a Ripa, morì il 28
settembre, così la Porta Santa venne rinnovata dal suo successore
Clemente XI.
Benedetto XIII
(Pierfrancesco Orsini) [Gravina
di Puglia, Bari, 1649 - Roma 1730], papa (1724-1730). Domenicano (1667),
cardinale nel 1672, poi arcivescovo di Benevento (1686), succedette a Innocenzo
XIII. Nelle dispute contemporanee sulla grazia sostenne la dottrina della
grazia efficace di san Tommaso (1724). In occasione del giubileo del 1725
crebbero le opere caritative e le iniziative per venire incontro alle
esigenze dei pellegrini che numerosi arrivarono a Roma. Il pontefice
inutilmente cercò di imporre la bolla i Unigenitus Dei filius (1725) contro i
giansenisti, i quali furono invece incoraggiati dalla sua presa di posizione in
favore di certe tesi agostiniane. Giurista e letterato, fondò la congregazione
dei Seminari e l'università di Camerino. Fece molte canonizzazioni, tra cui
quella di san Luigi Gonzaga e di san Stanislao Kostka. Nocquero alla sua fama
le concussioni e gli abusi della curia, e l'eccessiva libertà d'azione da lui
concessa al venale cardinale Coscia.
Benedetto XIV
(Prospero Lambertini) [Bologna
1675 - Roma 1758], papa (1740-1758). Arcivescovo di Ancona nel 1727, cardinale
nel 1728, arcivescovo di Bologna nel 1731, fu il più grande pontefice del XVIII
secolo. Eminente canonista, prudente uomo politico (accordò grandi privilegi ai
signori d'Europa, ottenendone però concordati favorevoli), pur essendo moderato
ed equanime nelle controversie intorno al giansenismo, difese rigorosamente la
dottrina della Chiesa. Per altro verso condannò la pratica dei “riti cinesi”
che erano tollerati dai gesuiti; combatté la massoneria, ma, largo di vedute,
riformò la congregazione dell'Indice. Amico delle arti e delle lettere,
promosse gli studi, favorendo gli uomini più dotti della sua epoca (Boscovich,
Muratori, Querini). Scrittore brillante ed erudito, lasciò numerosi volumi di
scritti vari (De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione,
1734-1738) e un'interessante corrispondenza col cardinale Guérin de Tencin.
Indisse l'Anno Santo del 1750 durante il quale predicatore instancabile fu San
Leonardo da Porto Maurizio, che eresse nel Colosseo 14 edicole della Via
Crucis e una grande croce in mezzo all'arena.
Pio VI
(Giovanni Angelo Braschi) [Cesena
1717 - Valence, Drôme, 1799], papa (1775-1799). Di famiglia nobile (era figlio
del conte M. Aurelio Tommaso Braschi), addottoratosi in utroque iure
nel 1735, ricoprì in seguito diverse cariche alla corte pontificia (cameriere
segreto e aiutante di studio di Benedetto XIV; canonico di San Pietro [1755];
tesoriere della Camera apostolica [1766]). Creato cardinale nel 1773, fu eletto
papa (succedendo a Clemente XIV che aveva promulgato il Giubileo per il 1775 ma
non poté aprirlo perché morì tre mesi prima dell'apertura solenne alla
quale provvide il nuovo pontefice), il 15 febbraio 1775, in un conclave
protrattosi per più di quattro mesi e dopo essersi impegnato a non ricostituire
la Compagnia di Gesù. Amante delle arti e delle lettere e mecenate munifico,
Pio VI favorì gli studi archeologici (scavi e Museo Pio- Clementino) e chiamò a
Roma artisti come A. Canova e L. David; come sovrano temporale egli cercò anche
di migliorare le strutture economiche e amministrative dei suoi Stati,
intraprendendo lavori di bonifica (tra cui quelli, imponenti, per il
prosciugamento dell'Agro pontino), impiantando un moderno catasto nelle
Legazioni, curando le comunicazioni (strada Velletri-Terracina, ecc.), pure se
i risultati raggiunti furono poi inferiori alle speranze, anche a causa delle
sue tendenze nepotistiche. La prima fase del lungo pontificato di Pio VI fu
caratterizzata dalla crisi nelle relazioni tra la Chiesa e vari Stati europei,
provocata dalle tendenze risolutamente giurisdizionaliste tipiche del
dispotismo illuminato. I rapporti si fecero particolarmente tesi con Vienna, in
conseguenza della politica febroniana di Giuseppe II e dei suoi ministri (generalizzazione
dell'obbligo del placet ; obbligo del giuramento per i vescovi;
intervento dello Stato nelle questioni liturgiche e nell'ordinamento dei
seminari; secolarizzazione degli ordini religiosi contemplativi; ecc.), tanto
da far decidere il papa (il “pellegrino apostolico”) a compiere un viaggio a
Vienna nel 1782 nel tentativo, risultato poi vano, di convincere il sovrano
austriaco a mitigare le sue pretese. Altri attriti si verificarono tra Pio VI e
Caterina II di Russia (per la decisione della zarina di non considerare sciolta
la Compagnia di Gesù) e gli arcivescovi elettori di Treviri, Magonza e Colonia
(in seguito all'istituzione di una nunziatura a Monaco: Puntazione di Ems,
1786). Difficili furono anche le relazioni tra la curia e gli Stati italiani,
in particolare Napoli (politica giurisdizionalista di Ferdinando IV, culminata
nella soppressione di numerosi conventi e nel rifiuto del tradizionale omaggio
della chinea) e la Toscana (attività riformatrice ispirata ai princìpi del
giuseppinismo del granduca Leopoldo II e tendenze giansenistiche del vescovo di
Pistoia Scipione de' Ricci, condannate nel 1794 con la bolla Auctorem
fidei ). Ma preoccupazioni ancora più gravi apportò al pontefice la
Rivoluzione francese. All'iniziale atteggiamento conciliante di Pio VI nei
confronti della costituzione civile del clero, motivato dalla speranza di
arrivare a un accomodamento, seguì il 10 marzo 1791 la condanna, quando la
resistenza di una larga parte del clero francese e l'occupazione di Avignone
avevano ormai dimostrato l'irreparabilità della rottura. Le conseguenze della
Rivoluzione, inoltre, si fecero ben presto sentire anche negli Stati Pontifici,
dove si intensificò l'azione dei giacobini (congiura bolognese di L. Zamboni,
1794) mentre crescevano le ingerenze francesi. Finalmente il Bonaparte, nel
corso della sua prima campagna d'Italia, impose al papa dapprima il duro
armistizio di Bologna (23 giugno 1796) e poi il trattato di Tolentino (19
febbraio 1797), che comportò la cessione alla Francia delle Legazioni e di
Ancona. Alcuni mesi più tardi l'uccisione del generale L. Duphot provocò
l'invasione di tutto il territorio pontificio da parte delle truppe francesi, e
Pio VI, privato dei suoi poteri temporali, dovette assistere alla proclamazione
della Repubblica Romana (15 febbraio 1798). Fatto prigioniero, il papa fu
successivamente condotto a Siena (20 febbraio), nella certosa di San Casciano
(presso Firenze), a Torino e infine nella cittadella di Valence dove si spense
qualche settimana più tardi, dopo aver sopportato con grande fermezza i disagi
della deportazione. Il suo corpo fu trasferito a Roma nel 1802.
Leone XII
(Annibale Sermattei della Genga)
[castello della Genga, Ancona, 1760 - Roma 1829], papa (1823-1829). Sacerdote
nel 1783, vescovo di Tiro (e poi di Senigallia), fu nunzio a Lucerna e a
Colonia, inviato presso la dieta germanica (1805), e poi nunzio a Monaco e a
Parigi (1808). Cardinale dal 1816 e vicario di Roma dal 1820, fu ostile alla
politica cautamente riformatrice del Consalvi e alla morte di Pio VII fu fatto
papa (28 settembre 1823) dopo un lungo conclave che vide la vittoria del gruppo
dei cardinali “zelanti”, contrari alle innovazioni. Leone XII (che enunciò il
suo programma di restaurazione della fede, di lotta all'indifferentismo religioso,
di condanna del liberalismo e delle “sette” nell'enciclica Ubi primum del
maggio 1824) cercò di frenare le tendenze gallicane in Francia e combatté
quelle febroniane in Austria e in Germania, riconobbe di fatto l'indipendenza
delle colonie spagnole d'America. La difficile situazione della Chiesa al tempo
dell'egemonia napoleonica non aveva permesso al suo predecessore (Pio VII)
di indire un giubileo per il 1800. Leone XII indisse nel 1825 un
grande giubileo e oltre mezzo milione di pellegrini giunse a Roma nel 1825:
sostituì per le consuete visite dei fedeli la basilica di San Paolo fuori
le mura, distrutta dall'incendio del 1823, con la basilica minore di
Santa Maria in Trastevere. Tolse dall'Indice le opere di Galileo. Più rigida e
chiusa fu invece la linea adottata nel governo temporale dello Stato
Pontificio, caratterizzata da un'azione rigorosa contro i fermenti liberali
(dure repressioni operate contro il movimento settario romagnolo dal cardinal
Rivarola e da monsignor Invernizzi, condanne a morte del Targhini e del
Montanari) e da un'accentuazione del peso del clero nella vita pubblica. Leone
XII negoziò dei concordati con gli Stati renani, la Svizzera, l'Hannover e gli
Stati dell'America del Sud. Nel 1824 creò la congregazione degli studi per la
scuola dello Stato Pontificio, che dal 1870 diresse le università pontificie.
Leone XIII
(Vincenzo Gioacchino dei conti
Pecci) [Carpineto Romano 1810 - Roma 1903], papa (1878-1903). Figlio di
Ludovico, di famiglia patrizia anagnina fedelissima al papato, dopo aver
studiato nel collegio dei gesuiti di Viterbo e (dal 1824) nel Collegio romano,
frequentò poi i corsi della Sapienza, perfezionando la sua preparazione per la
carriera nella diplomazia e nell'amministrazione pontificia nell'Accademia dei nobili
ecclesiastici (alla quale fu ammesso nel novembre 1832). Ordinato sacerdote nel
1837, nel febbraio 1838 fu nominato delegato pontificio di Benevento, dove
rimase sino al 1841 operando con abilità ed energia per rafforzare la sovranità
pontificia su quella città. Passato poi, sempre con le funzioni di delegato, a
Perugia (1841) e nominato arcivescovo di Damiata (Damietta) nel gennaio 1843,
nell'aprile dello stesso anno il Pecci fu inviato come nunzio a Bruxelles, dove
si trovò a dover fronteggiare una difficile situazione originata dai contrasti
che dividevano il clero belga e da un dissenso con il governo per la
questione dell'insegnamento. Tornato a Roma e nominato vescovo di Perugia,
resse quel vescovado dal 1846 al 1877, rivelando elevate capacità di governo e
doti di equilibrio che si espressero soprattutto nel difficile periodo del
1859-1861 (insurrezione di Perugia del 1859 e annessione dell'Umbria al regno
d'Italia). Anche se distante dalle posizioni di rigida intransigenza del
cardinale Antonelli, segretario di Stato di Pio IX, era tuttavia un sostenitore
convinto della necessità del potere temporale; e fece quindi opposizione
all'annessione dell'Umbria e all'introduzione in quella regione della
legislazione ecclesiastica piemontese e del matrimonio civile. Nominato
camerlengo nel 1877, il Pecci (che nel 1857 era stato fatto cardinale) dopo la
morte di Pio IX fu eletto pontefice nel conclave svoltosi il 18-20 febbraio
1878.
Le speranze dei liberali-moderati
italiani che l'avvento del nuovo papa, da essi stimato per la sua fama di uomo
equilibrato e capace, potesse avviare a soluzione la Questione romana non
furono però confermate dai fatti, perché Leone XIII pensava ancora che fosse
possibile restaurare il potere temporale, e attuò quindi in generale una
politica sostanzialmente temporalista, mirante a richiamare l'attenione delle
potenze cattoliche sulle difficoltà create alla Santa Sede dalla presenza
italiana in Roma: politica che ebbe i suoi momenti culminanti in coincidenza
con le agitazioni anticlericali svoltesi in quel periodo nella penisola e negli
anni immediatamente successivi al 1887. Nel perseguire questa sua linea Leone
XIII cercò dapprima di appoggiarsi all'Austria (che lo invitò però alla
moderazione), e poi (dopo che la conclusione della Triplice alleanza [1882]
ebbe rassicurato lo Stato italiano per quel che riguardava un eventuale
intervento nella Questione romana dell'Impero absburgico) alla Francia,
avvalendosi della tensione esistente dal 1882 tra i due paesi latini. Ma se la
Francia si mostrò disposta a valersi dell'arma della Questione romana contro
l'Italia, i governi della III Repubblica continuarono però a battere
decisamente la strada della politica anticlericale all'interno, che portò alla
laicizzazione della scuola e al ristabilimento del divorzio (1884-1885), alla
soppressione quasi completa delle congregazioni religiose (1901) e infine alla
rottura con la Santa Sede. Risultati più positivi ottenne invece l'azione di
Leone XIII in Germania, dove i contatti avviati con Bismarck nel 1878 e negli
anni seguenti portarono alla fine del Kulturkampf (che permise la visita
del nuovo imperatore Guglielmo II al papa il 12 ottobre 1888), e negli Stati
Uniti, che conobbero un rapido incremento del cattolicesimo (attività di monsignor
Gibbons, fatto poi cardinale, e apostolato a favore degli emigrati italiani di
Francesca Saverio Cabrini). Leone XIII accarezzò anche il progetto di stabilire
relazioni permanenti con il governo inglese e appoggiò l'opera di avvicinamento
alla Chiesa anglicana e anche se la questione della convalida delle
ordinazioni anglicane non portò a risultati concreti, tuttavia le conversioni
al cattolicesimo si moltiplicarono. Sul piano dottrinale, Leone XIII affrontò
tutti i problemi posti dalla trasformazione della società moderna. Certamente
egli fece salvi i diritti dell'autorità e rinnovò la condanna alla
massoneria, ma tenne a definire la legittimità dell'esigenza delle libertà
popolari e della libertà in generale. Difensore della famiglia di fronte all'ondata
dei divorzi e avversario del socialismo Leone XIII, che si meritò il
titolo di “papa sociale” e “papa degli operai”, prestò grande attenzione ai
problemi del mondo del lavoro, proponendosi di creare un ordine cristiano
fondato sulla giustizia sociale; in questo quadro, egli si rifiutò di
condannare i “Cavalieri del lavoro” americani, favorì i congressi scientifici
internazionali dei cattolici, e incrementò l'azione economico-sociale
dell'italiana Opera dei Congressi. Il contributo più importante alla
elaborazione della dottrina sociale della Chiesa fu dato da Leone XIII con la
pubblicazione dell'enciclica Rerum novarum sulla condizione degli operai,
che mentre da una parte prendeva posizione contro il socialismo affermando il
diritto di proprietà (anche se sottoposto a limiti), dall'altra affermava la
necessità di dare impulso all'associazionismo operaio cattolico e auspicava un
limitato intervento dello Stato nel campo sociale al fine di eliminare le
condizioni economiche e sociali che rendevano dura e penosa la condizione delle
classi lavoratrici. Nel 1900 Leone XIII promulgò il giubileo dopo 75 anni dal
precedente, poiché gli avvenimenti politici impedirono a Pio IX di
celebrare i due che avrebbero dovuto essere celebrati sotto il suo pontificato,
nel 1850 (esilio a Gaeta) e nel 1875, cinque anni dopo la presa di Roma
Pio XI
(Ambrogio Damiano Achille Ratti)
[Desio, Milano, 1857 - Città del Vaticano 1939], papa (1922-1939). Nato da una
famiglia di modeste origini, studiò nei seminari diocesani di Milano e nel
Seminario lombardo di Roma, dove nel 1879 fu ordinato sacerdote. Laureatosi nel
1882 in teologia presso la Pontificia facoltà della sapienza e in diritto
canonico all'università gregoriana, prese nello stesso anno la laurea in filosofia
presso l'Accademia di San Tommaso d'Aquino della quale pochi mesi dopo fu
nominato membro. Dopo un periodo di insegnamento fu nominato
dottore e poi prefetto della Biblioteca ambrosiana (1907-1911), passando
poi quale viceprefetto alla Biblioteca vaticana. Durante la permanenza
all'Ambrosiana (ove si distinse per il suo impegno e la profondità dei suoi
studi e contribuì a fare della Biblioteca, sino ad allora prevalente dominio
dei dotti, una sede di consultazione al servizio anche degli studiosi esterni,
religiosi e laici) si dedicò al riordino di varie biblioteche lombarde e
fu incaricato dal capitolo del duomo dell'opera di recupero e restauro dei
codici e delle pergamene danneggiati nell'incendio dell'Esposizione
internazionale di Milano del 1906. Sempre in quel periodo compì numerosi viaggi
scientifici presso archivi e biblioteche italiane ed estere, pubblicò la grande
raccolta degli Acta Ecclesiae Mediolanensis ad eius initiis usque ad
nostram aetatem, curò l'edizione del Missale Ambrosianum duplex (pubblicato nel
1913 dopo la sua partenza da Milano) e trovò anche il tempo per dedicarsi al
suo svago preferito, l'alpinismo, aprendo sul Monte Bianco e sul Monte Rosa,
insieme col sacerdote Grasselli, nuove vie che ora portano il loro nome. Divenuto
prefetto della Biblioteca vaticana nel 1914, quattro anni più tardi ricevette
da Benedetto XV la nomina a visitatore apostolico della Polonia e della
Lituania con lo scopo ufficiale di assistere la Chiesa polacca nella sua
ricostruzione e risolvere i problemi religiosi posti dal crollo degli Imperi
centrali e dalla riunificazione dello Stato polacco; ma quando la Santa Sede
riconobbe la Polonia la sua missione cessò di essere solo religiosa per
divenire anche diplomatico- politica, e due mesi dopo fu nominato nunzio
apostolico e arcivescovo titolare di Lepanto; iniziò così un breve ma intenso e
drammatico periodo durante il quale tenne stretti rapporti con il generale
Pilsudski di cui appoggiò i piani espansionistici nel corso della guerra
russo-polacca e gettò le basi per un concordato tra la Polonia e la Santa
Sede. Il suo operato fu al centro di una vivace polemica in occasione dei
plebisciti nell'Alta Slesia e nella Prussia Orientale per i quali era stato
nominato commissario pontificio, ma Benedetto XV ne approvò la missione,
nominandolo arcivescovo di Milano e, poco dopo, cardinale. Nei cinque
mesi in cui resse la nuova diocesi si distinse particolarmente per
l'organizzazione dell'insegnamento del catechismo nelle scuole milanesi e inaugurò
l'università Cattolica del Sacro Cuore. Il 24 gennaio 1922, due giorni dopo la
morte di Benedetto XV, lasciò Milano per recarsi al conclave che il 6 febbraio
lo elesse papa. Assunto il nome di Pio XI, iniziò il suo pontificato impartendo
la benedizione urbi et orbi dalla loggia esterna di San Pietro,
chiusa dal 1870, intendendo così manifestare il desiderio di togliere la Chiesa
dal suo isolamento e di concludere finalmente un concordato con l'Italia,
risultato cui si giunse con i patti lateranensi del 1929. Ma sorsero ben presto
contrasti col governo italiano in merito all'applicazione dei patti,
soprattutto per quanto riguardava l'Azione cattolica divenuta obiettivo degli
attacchi del regime fascista, che mal sopportava l'esistenza di organizzazioni
giovanili svincolate dalla sua autorità; alle pressioni dei fascisti che
avevano imposto lo scioglimento dell'associazione Pio XI rispose il con
l'enciclica Non abbiamo bisogno e solo l'anno successivo giunse a
un accordo con Mussolini. Dal 1922 al 1933 svolse un'intensa attività diretta a
salvaguardare i diritti della Chiesa di fronte al potere statale, concludendo
concordati con molti paesi, indipendentemente dai regimi politici
(Lettonia, Polonia, Lituania, Cecoslovacchia, Portogallo,Romania e
Germania). Tale politica, che doveva necessariamente porre la Santa Sede in una
posizione neutrale di fronte a molti gravi problemi per non suscitare reazioni
antireligiose in vari governi, attirò su Pio XI critiche in campo
internazionale. Molto discusso è stato anche il suo silenzio nei confronti
delle leggi di Norimberga emanate dal regime hitleriano nello stesso anno in
cui fu concluso il concordato tra Santa Sede e Germania e la sua presa di
posizione con l'enciclica Mit brennender Sorge contro il governo di Berlino solo
quando questo estese le persecuzioni religiose anche ai cristiani, violando il
concordato. Negli ultimi anni di vita, peraltro, l'opposizione ai regimi
nazista e fascista si fece più acuta, anche se in concreto i sentimenti del
pontefice non poterono tradursi in azioni aperte. Una netta opposizione egli
manifestò sempre contro la Russia sovietica, contro il comunismo ateo e
contro gli Stati, quali il Messico e la Spagna repubblicana, dichiaratamente
antireligiosi; nel 1926 aveva espresso la sua condanna verso l' Action
française il cui esasperato nazionalismo gli parve pericoloso per la
pace. Nel 1925, Pio XI volle che in concomitanza dell'Anno Santo fosse
proposta all'attenzione dei fedeli la preziosa opera delle missioni e esortò i
fedeli a pregare per la pace tra i popoli. Nel 1933, un nuovo giubileo
venne promulgato e celebrato ugualmente da Pio XI, in via straordinaria,
per celebrare il centenario della Crocifissione. Morì il 10 febbraio
1939. È sepolto nelle Grotte vaticane.
Pio XII
(Eugenio Pacelli) [Roma 1876 -
Castel Gandolfo, Roma, 1958], papa (1939-1958). Figlio di Filippo Pacelli,
membro di una ricca famiglia patrizia romana, compì i suoi primi studi nelle
scuole laiche conseguendo la maturità classica nel regio liceo Visconti di Roma.
Seguì quindi la sua vocazione religiosa ed entrò nel collegio Capranica
studiando contemporaneamente filosofia alla Pontificia università gregoriana.
Laureatosi col massimo dei voti in teologia e in utroque iure nel
seminario romano all'Apollinare, e ordinato sacerdote, fu chiamato poco dopo
presso la congregazione degli affari straordinari della segreteria di Stato
vaticana ove rimase per sedici anni e compì una rapida carriera svolgendo
nello stesso tempo importanti incarichi giuridici e politico-diplomatici
(collaborò, col cardinale Gasparri, alla stesura del libro bianco sulla rottura
dei rapporti tra la Francia e la Santa Sede e fu inviato nel gennaio 1915 da
Benedetto XV in missione presso l'imperatore d'Austria). Nel 1917, consacrato
arcivescovo titolare di Sardi, fu nominato da Benedetto XV nunzio apostolico in
Baviera, l'unico Stato della Germania che avesse in quegli anni rapporti
diplomatici con la Santa Sede. Appena occupata la sua sede di Monaco, iniziò
una delicata azione politica il cui primo atto fu la missione compiuta per
conto del pontefice presso Guglielmo II nel giugno 1917. Durante la guerra si
prodigò nell'assistenza ai prigionieri nei campi di concentramento e alle
popolazioni colpite dal conflitto. Nel 1920 fu nominato primo nunzio a Berlino
ma rimase a Monaco sino al 1925, anno in cui stipulò il concordato con la
Baviera. Successivamente svolse un'intensa attività che portò nel 1929 al
concordato con la Prussia e con il Baden. Elevato alla porpora cardinalizia
alla fine del 1929, fu richiamato a Roma da Pio XI per succedere al cardinale
Gasparri quale segretario di Stato. Prezioso collaboratore del pontefice in
tutti gli affari religiosi e politici della Santa Sede (soprattutto per il
grave problema delle persecuzioni alla Chiesa nella Germania hitleriana) ebbe
da Pio XI incarichi che ne fecero il primo segretario di Stato vaticano inviato
a rappresentare ufficialmente il papa all'estero. Il successo di queste
missioni fu grande perché il cardinale Pacelli si attirò le simpatie delle popolazioni
parlando correntemente la loro lingua, conquistò grande stima per il tatto e la
cordialità che mostrò negli incontri politici con i rappresentanti dei governi
stranieri, anche con quelli anticlericali, come testimonia l'entusiastica
accoglienza ricevuta nel 1937 dal governo di fronte popolare francese
presieduto da Léon Blum; in quell'occasione il cardinale Pacelli, preoccupato
di quanto avveniva in Germania (eterna nemica della Francia) mostrò di essere
il degno rappresentante di quel papa che aveva bollato le persecuzioni
religiose del nazismo e lanciò il suo grido contro “la superstizione
della razza e del sangue” che regnava al di là del Reno, e contro “tutte le
violenze inique” e “tutte le viltà criminali” da quella generate. L'esplicita
condanna del regime nazista aumentò il prestigio personale di Pacelli e rialzò
quello della Chiesa in Francia, paese che il cardinale aveva definito “la
figlia primogenita della Chiesa”. Altrettanto grandi furono la stima e la
considerazione che ebbero per il cardinale Pacelli i membri del Sacro Collegio
, che in gran parte avevano avuto modo di apprezzarne le grandi qualità
politiche e religiose in occasione dei viaggi da lui compiuti. Ciò influì in
modo notevole quando, alla morte di Pio XI (1939), si riunì il conclave che il
2 marzo 1939, in meno di ventiquattro ore, elesse al soglio pontificio il
cardinale Pacelli che assunse il nome di Pio XII; da più di due secoli e
mezzo un papa romano non sedeva alla Cattedra di Pietro. Le prime
preoccupazioni di Pio XII andarono al conflitto che si stava delineando
sull'orizzonte europeo e che paventò nella sua prima allocuzione al mondo con
la quale invitò i governi e i popoli alla pace. Continuò lo sforzo in tal senso
sino allo scoppio delle ostilità inviando note diplomatiche a tutti i paesi
interessati, non desistendo neppure dopo l'inizio del conflitto, come dimostrò
la sua prima enciclica Summi pontificatus contenente i modi per una
pacifica convivenza tra i popoli. Falliti questi tentativi cercò di evitare la
calamità della guerra all'Italia recandosi dal sovrano in visita solenne il 28
dicembre 1939; nell'aprile 1940 inviò a Mussolini una lettera autografa facendo
inutilmente appello al suo senso di responsabilità. Pio XII fece anche un
tentativo di migliorare le relazioni con la Germania su richiesta
dell'episcopato tedesco, nella speranza che fossero mitigate le persecuzioni
naziste contro la Chiesa tedesca e polacca, ma incontrò l'opposizione del
regime hitleriano. Qualsiasi conciliazione divenne impossibile dopo le condanne
pronunciate dal Sant'Uffizio nel dicembre 1940 contro l'eutanasia adottata in
Germania al fine di uccidere i Lebensunwerte (non meritevoli di
vita) e nel febbraio 1941 contro la sterilizzazione coatta decisa dal nazismo.
Oggetto di aspre polemiche è stato il successivo silenzio di Pio XII riguardo
alla situazione nei paesi occupati dalla Germania, ai campi di concentramento
tedeschi, allo sterminio degli ebrei e dei prigionieri di guerra. La delicata
situazione, anche diplomatica, della Chiesa in questo periodo spiega la
circospezione del pontefice, i cui personali sentimenti antitotalitari non
possono essere messi tuttavia in dubbio, tanto da conferire di riflesso alla
Chiesa stessa un alto prestigio morale nel mondo dilaniato dalla guerra.
Comunque, negli ultimi anni del conflitto e nell'immediato dopoguerra Pio XII
svolse un'importantissima opera di aiuti alle popolazioni colpite dal
conflitto, ai profughi, ai deportati, ai dispersi, sia utilizzando le risorse
del Vaticano, sia soprattutto sollecitando le partecipazioni dei governi, delle
organizzazioni internazionali religiose e laiche; la stessa Città del Vaticano
divenne rifugio di perseguitati politici e razziali. Preoccupato per la sorte
di Roma, Pio XII cercò sin dall'inizio del conflitto di ottenere dai
belligeranti che la capitale italiana fosse considerata “città aperta” e
preservata dai bombardamenti; ma gli Alleati, a lungo incerti, rifiutarono la
proposta e il 19 luglio e il 13 agosto 1943 Roma subì i primi bombardamenti. In
quelle occasioni, Pio XII rifiutò di abbandonare la città e accorse
personalmente tra le macerie dove portò il proprio conforto e partecipò alla
distribuzione di viveri ai sinistrati, conquistandosi la riconoscenza del
popolo romano; il 5 giugno 1944, giorno successivo alla Liberazione, un'enorme
folla riunita in piazza San Pietro lo acclamò defensor civitatis. All'indomani
della guerra mentre continuava l'opera caritativa della Santa Sede in tutte le
parti del mondo, soprattutto grazie all'intensa attività della Pontificia
commissione di assistenza espressamente creata dal papa, Pio XII dovette
affrontare il problema dell'espansione del comunismo e quello della presenza
della Chiesa in ogni paese. Il comunismo, già condannato da Pio XII in varie
occasioni (tra cui la più nota fu il radiomessaggio natalizio del 1942),
divenne ancora più preoccupante per il suo estendersi in tutta l'Europa
orientale occupata dall'Armata rossa e per le persecuzioni da esso attuate
contro la Chiesa cattolica. Il 1º luglio 1949 il Sant'Uffizio condannò
definitivamente il comunismo marxista e comminò la scomunica ai suoi
sostenitori, posizione riaffermata da Pio XII in frequenti discorsi e
allocuzioni negli anni successivi. Per sottolineare l'universalità della Chiesa
e la sua presenza fra tutti i popoli, nel febbraio 1946 e nel gennaio 1953 Pio
XII elevò alla porpora prima trentadue poi ventitré cardinali scegliendoli tra
i vescovi in cura d'anime e di ogni paese, compresa la Cina. Molte sono le
questioni teologiche da lui affrontate nel corso del suo pontificato con le
encicliche sugli studi biblici, sulla dottrina rivelata e la Chiesa,
sulle deviazioni teologico-filosofiche di alcuni ambienti culturali, su
alcune più recenti interpretazioni del mistero dell'Incarnazione e nelle due
costituzioni apostoliche sull'essenza del sacramento dell'ordine e i
Munificentissimus Deus (1950) nella quale definì ex cathedra il
dogma dell'Assunzione di Maria proclamato il 1º novembre dell'anno santo 1950.
Particolare attenzione ha dedicato ai problemi della famiglia, dell'educazione
dei figli al fine primario del matrimonio, ai problemi del mondo del
lavoro e alla proprietà privata. La sua energica e rigida concezione dei doveri
del capo della Chiesa, anche di fronte a un mondo che andava rapidamente
cambiando, lo fecero chiudere, negli ultimi anni, in un progressivo isolamento,
ma nel complesso il suo pontificato, svoltosi in un periodo storico
particolarmente drammatico, ha rappresentato un fattore positivo per il
cattolicesimo.
Paolo VI
(Giovanni Battista Montini)
[Concesio, Brescia, 1897 - Castelgandolfo, Roma, 1978], papa (1963-1978).
Ordinato sacerdote nel 1920, fu avviato, a Roma, alla carriera diplomatica.
Entrato nella segreteria di Stato, dal 1937 ricoprì l'alta carica di sostituto agli
affari ordinari, divenendo uno dei più stretti collaboratori di Pio XII.
Prosegretario di Stato, nel novembre 1954 fu nominato arcivescovo di Milano.
Elevato alla porpora cardinalizia da Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963 fu
eletto papa. Portò a conclusione il concilio ecumenico Vaticano II (dicembre
1965) e varò i provvedimenti di attuazione dello stesso (nel campo della
liturgia, della riforma della curia, della progettata revisione del codice di
diritto canonico, ecc.). Dopo un periodo intenso di viaggi (fu in Palestina, in
India, a New York presso l'Assemblea generale dell'ONU, a Istambul, in
Columbia, in Bolivia, nell'Uganda, nel Sud-Est asiatico e in Australia), a
partire dal 1971, anche a causa dell'età avanzata, dedicò prevalentemente la
sua attività ai problemi della Chiesa. Il Papa fu tentato di non indire il
giubileo perché poteva apparire poco conforme all'indirizzo del concilio
vaticano II che puntava più al recuperodell'autenticità religiosa che
all'esteriorità delle devozioni. Nel 1975 indisse l'Anno Santo, che portò circa
8.500.000 pellegrini a Roma. Preoccupato delle dissidenze di destra e di
sinistra in seno alla Chiesa, pervenne infine alla sospensione a divinis del
vescovo tradizionalista M. Lefebvre e alla riduzione allo stato laicale dell'ex
abate di San Paolo don Franzoni, fondatore di una Comunità di base di
ispirazione socialista. Durante il sequestro Moro si adoperò per la liberazione
dello statista. Nel 1979 venne istituito a Brescia il Centro
internazionale Paolo VI.
Giovanni Paolo II
(Karol Wojtyla), papa (Wadovice,
Cracovia, 1920 – Roma, 2005). Rimasto orfano in giovane età, divise il suo
tempo tra studio e lavoro e, durante l'occupazione nazista, conobbe la
prigionia. Ricevette l'ordinazione sacerdotale nel 1946 e, dopo alcuni anni
d'insegnamento all'università di Cracovia, nel 1958 venne consacrato vescovo.
Partecipò alle quattro sessioni del concilio Vaticano II (1962-1964), in cui
difese fortemente il documento sulla libertà religiosa e intervenne spesso su
altri temi. Promosso arcivescovo di Cracovia nel 1964, ebbe la porpora
cardinalizia nel 1967. Il 16 ottobre 1978 venne eletto papa contro ogni
aspettativa (è il primo papa non italiano dopo Adriano VI, olandese, morto nel
1523). I suoi anni di pontificato si sono caratterizzati specialmente per i
grandi viaggi apostolici in tutto il mondo: di grande importanza sono quelli
nei paesi dell’Est europeo, che hanno sancito la fine dei regimi comunisti, e
quelli in zone di guerra quali Sarajevo (marzo 1997) e Beirut (novembre 1997),
che hanno ricordato il costante impegno della Chiesa cattolica per la pace. Nel
gennaio 1998 la missione apostolica a Cuba ha risvegliato l'attenzione
mondiale per l'importanza storica dell'evento, che ha decretato l'inizio delle
relazioni diplomatiche tra il Vaticano e il regime comunista e ha posto fine
all'isolamento internazionale dell'isola. Il 13 maggio 1981 Giovanni Paolo II è
stato vittima di un attentato in piazza San Pietro: un giovane turco, Ali Agca,
gli ha esploso due colpi di pistola ferendolo gravemente all'addome. I suoi
maggiori documenti dottrinali sono l'esortazione apostolica Catechesi tradendae
(1979) e le encicliche Redemptor hominis (1979), Dives in misericordia
(1980), Laborem exercens (1981), Slavorum apostoli (1985), Dominum et
vivificantem (1986), Sollicitudo rei socialis (1988), Centesimus
Annus (1991), Veritatis splendor (1993), Evangeliu vitae, ut unum sint
(1995); al Giubileo dell’anno 2000 è dedicata la “Lettera apostolica” Tertio
millennio adveniente (1994). Durante il suo pontificato è stato pubblicato il
nuovo Catechismo della Chiesa cattolica (1992). Tra le opere non dottrinali, il
libro-intervista (raccolto da V. Messori) Varcare la soglia della speranza ,
uscito in contemporanea in tutto il mondo nel 1994, e l’autobiografico Dono e
mistero – Nel cinquantesimo del mio sacerdozio (1996). Il suo forte e talora
duro richiamo all'ortodossia, alla centralità pontificale e romana, alla
tradizione gli ha attirato non velate accuse di conservatorismo a oltranza e di
voler se non proprio affossare, almeno ridimensionare le straordinarie aperture
al mondo moderno del concilio Vaticano II. Al cauto riavvicinamento ai
movimenti tradizionalisti (come quello del vescovo francese Lefèbvre, tuttavia
scomunicato nel 1988) e al pieno accoglimento di quelli laici integralisti
(come Comunione e Liberazione) ha corrisposto sul fronte opposto una netta
seppur “paterna” intransigenza nei confronti delle comunità ecclesiali di base.
Drastica è stata poi la presa di posizione contro la cosiddetta “teologia della
liberazione”, particolarmente diffusa tra i fedeli della Chiesa
latino-americana. Il ruolo politico del suo papato sembra essere più improntato
a un'equidistanza animata dalla profonda certezza del “primato” del religioso
sul politico, che non esclude però una grande capacità di mediazione sia con i
governi (l'annosa questione della riforma del concordato con l'Italia, per
esempio, si è sbloccata con la firma del nuovo trattato nel 1984), sia con le
istituzioni e le forze politiche organizzate, sia con le altre confessioni
religiose (protestanti, ortodossi, ebrei: la sua visita alla sinagoga di Roma
nel 1986 era la prima da parte di un papa). Nell’ambito della normalizzazione
dei rapporti con Israele, alla fine del 1993, è stato firmato uno storico
accordo per il reciproco riconoscimento.