Il 2 novembre scorso (anno 2005), e nei giorni
immediatamente precedenti e successivi a quella data, si è consumato una
rituale e piatta rievocazione del 30° anniversario della scomparsa, violenta e
prematura, di Pier Paolo Pasolini.
Senza dubbio, questa morte ha costituito una perdita
incolmabile per la cultura e per la società non solo italiana, ma universale.
Non si tratta di una frase fatta, né di una banale
constatazione, bensì è la scoperta, magari tardiva, da parte della collettività
nazionale, dell'annientamento, fisico e morale, di una coscienza critica
estremamente acuta e spietatamente sincera che, per quanto fosse scomoda,
ingombrante e destabilizzante, soprattutto per la classe politica dirigente del
nostro Stato, esprimeva comunque una voce importantissima ed un pensiero
estremamente utile e necessario per capire meglio la direzione presa dalla
nostra società, ossia dal nostro destino, a partire ovviamente dalle nostre
esperienze particolari e dalle nostre realtà locali, sempre più omologate ad un
modello dominante. In tal senso, il pensiero pasoliniano è una preziosissima
fonte di ispirazione ed un utile strumento di analisi e di interpretazione dei
processi di trasformazione in atto anche nelle mia terra, l'Irpinia, negli
ultimi 25 anni (25, infatti, sono gli anni trascorsi dal terribile evento
tellurico del 23 novembre 1980).
La straordinaria statura morale, intellettuale ed umana
di Pasolini, è soprattutto quella di un geniale precursore del suo tempo, al
punto che il suo pensiero può risultare "profetico", ma è solo il
frutto di una mente assai acuta e profonda, capace di andare oltre il suo
tempo, di andare oltre i momenti e i comportamenti effimeri e transitori, di
oltrepassare gli aspetti superficiali e fenomenici, per carpire a fondo la vera
natura delle cose.
La validità di molte analisi radicali e
"corsare" di Pasolini consiste nell'aver colto nel segno, molto prima
di tanti altri, quei cambiamenti sociali e culturali così profondi e drammatici
della realtà italiana, che all'epoca (ossia verso la metà degli anni '70) erano
ancora ad un livello embrionale e non erano ancora emersi chiaramente in
superficie.
Già 30 anni fa Pasolini aveva intuito in modo geniale
alcuni segnali di trasformazione di natura strutturale e socio-economica, ma
anche di carattere antropologico-culturale, mutamenti che all'epoca erano
ancora in nuce, generati dall'avvento e dall'espansione dell'economia
capitalistica e dall'imposizione di un'ideologia, quella consumistico-borghese,
che Pasolini aveva riconosciuto come il nuovo, vero fascismo, anzi come il
peggiore dei fascismi e dei totalitarismi dell'epoca contemporanea.
A quanto pare, non si sbagliava affatto...
Io, ad esempio, risiedo in un piccolo centro
dell'Irpinia, che conta meno di 10 mila abitanti. Eppure, mi sembra di stare in
una metropoli dispersiva ed alienante. Come mai?...
Probabilmente, il catastrofico sisma del 23 novembre 1980
(che rase quasi interamente al suolo il mio paese) e il successivo processo di
ricostruzione urbanistica e sociale, con l'immenso fiume di denaro piovuto
dall'alto, possono aver favorito, anche da noi, un'accelerazione improvvisa di
quei processi di mutazione antropologica e di omologazione culturale e sociale
di massa che Pasolini seppe comprendere e descrivere oltre 30 anni fa.
Infatti, l'infausta data del 23/11/80 segna e costituisce
per noi irpini un vero e proprio spartiacque storico e antropologico-culturale.
Ormai non c'è più alcuna differenza tra gli stili di vita
e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un
piccolo paese delle zone interne dell'Italia meridionale, e gli abitanti di
un'estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.
Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore,
direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il
basso.
Il predominio assoluto, e assolutistico, dell'economia di
mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione superiori a
qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema totalitario, dal fascismo al
nazismo, e via discorrendo. Ciò che in Italia non era riuscito al regime
fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di
produzione e di consumo neocapitalista nel giro di pochi lustri. Ciò è accaduto
anche da noi, in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta
e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni '80, anche per
effetto di accelerazioni causate dall'evento sismico e dai processi
economico-sociali innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.
Lo "spaesamento" del mio paese natale.
Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante,
sempre meno comunità a misura d'uomo, e sempre più una realtà a misura di
bottegai affaristi e speculatori.
Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe
antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale, la camorra (in
Calabria c'è la 'ndrangheta, che si è recentemente manifestata in tutta la sua
barbarie) e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione,
le devianze giovanili, l'alienazione, l'emarginazione sociale e la disperazione
che sono effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica e
materiale di una società che è diventata ormai una società di massa.
Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre zone i
giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze
stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una
serata trascorsa in discoteca, e via dicendo.
Persino il fenomeno dell'emigrazione si è
"aggiornato" e "modernizzato", nel senso che si ripropone
in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e più gravi del passato.
Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in
genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima
parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione.
Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano
le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di
ricongiungersi il più presto possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il
Nord lo fanno senza più la speranza, né l'intenzione di far ritorno alla
propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono le loro famiglie
altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di
un'emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre
comunità hanno investito molte risorse per farli studiare.
Pertanto, questa è la più grave perdita di ricchezze e di
valori per le nostre zone!...
Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura
d'uomo, depositarie di una memoria storica secolare e dotate di un profonda
identità fondata soprattutto sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi
si sono disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente la
propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito la propria originale
identità socio-culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne
una nuova, con inevitabili e devastanti ripercussioni in termini di alienazione
sociale e di vuoto esistenziale.
La "modernizzazione" del Sud come effetto della
"post-modernizzazione" del Nord.
Sul piano strettamente economico, quella irpina non è più
una società agraria, ma non è diventata qualcosa di veramente nuovo e diverso,
ovvero non si è trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto
industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni artigianali e
commerciali, come quelle che animano le dinamiche e lo sviluppo, forse troppo
poco regolato e razionale, dell'economia del mio paese.
Oggi, a 25 anni di distanza dal terremoto, la società
irpina è più o meno un "ibrido", sia dal punto di vista
economico-materiale, sia sotto il profilo sociale e culturale.
Certo, occorre precisare che sul versante propriamente
economico-produttivo, la "modernizzazione" delle nostre zone, che
fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia agraria,
latifondistica e semi-feudale, è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso e
controverso. Ciò si è determinato all'interno di un processo di
"post-modernizzazione" del sistema capitalistico su scala globale,
ossia in una fase di ristrutturazione tecnologica in chiave post-industriale,
delle economie neocapitalistiche più avanzate dell'occidente, con il
trasferimento di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree
arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista capitalistico-borghese
come, ad esempio, il nostro Meridione. Voglio puntualizzare che anch'io, come
Pasolini, credo nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo
tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato dalla globalizzazione
economica neoliberista.
Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena...
Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile pasoliniano, cioè in
modo "corsaro" e "provocatorio", con il richiamo ad una
speranza e ad una volontà di palingenesi spirituale della mia terra, l'Irpinia,
a cui sono visceralmente legato, nonostante tutto.
L'opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia
prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà erano pervase da un profondo
sentimento di religiosità, scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di
fondamentalismo. La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica.
D'altronde egli era un intellettuale marxista e
marxisticamente ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del suo tempo,
con coraggio, lucidità ed onestà morale ed intellettuale.
A mio parere, il compito dell'intellettuale è certamente
quello di provare ad interpretare e a conoscere la realtà, ma è anche quello di
tentare di migliorarla.
Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale,
l'essere, ma c'è ancora più bisogno di comprendere e spiegare, dunque attuare,
l'ideale, il dover-essere. Ma, da solo, l'intellettuale è impotente, per cui
deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e sociali presenti e operanti
nella realtà in un determinato momento storico.
In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell'umanità, a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena.
Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal
semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, cambiando
magari il mondo in cui viviamo.
Io ci voglio provare scrivendo queste cose. Almeno spero
che servano a qualcuno e a qualcosa!
Lucio Garofalo
è un umile insegnante di Lioni, un Comune della provincia di Avellino.
Per diletto
scrive e collabora con diversi siti web e con qualche testata giornalistica
locale.
Inoltre, si
occupa di varie attività, soprattutto di natura intellettuale, artistica e
creativa: ad esempio è un appassionato di musica, di cinema, di fumetto, di
satira politico-sociale. Talvolta, egli stesso si diverte a realizzare vignette
e caricature politiche, che non sono mai state pubblicate, bensì divulgate solo
nella ristretta cerchia delle amicizie più intime.
Naturalmente,
tra i suoi molteplici interessi, che coltiva con cura e con perfezione quasi
morbose e maniacali, occorre annoverare anche la passione per la filosofia,
benché questa non si sia mai concretizzata in un corso di studi accademici e
universitari.